Raccontiamo cosa facciamo. Le voci dei partecipanti

F4A Il diario di Elena – capitolo III

16/06 Nel vivo (o il giorno dei leoni)

Giornata davvero, davvero piacevole e stimolante :-)) che merita pochissime critiche e molti complimenti. Gradevolissima colazione in terrazza, riflessione mattutina sui learning outcome del giorno precedente per entrare nel vivo del TC dal punto di vista dei contenuti: l’inclusione sociale. Un po’ di brainstorming, di teatro e la scoperta di una bellissima attività sulla performazione delle emozioni. Invece della solita NGO fair, abbiamo avuto 90 secondi per fare un pitch sulla nostra sending organisation, che ho usato anche come vetrina del mio essere trainer freelance in progress :-E e per condividere il mio ‘secret superpower’… chiudere il naso senza toccarlo :-?. Nel pomeriggio abbiamo lavorato sulle dinamiche di gruppo, ma anche sulla comunicazione (tips&tricks)… Vi suggerisco un esercizio: provate a raccontare una cosa spiacevole che vi è successa o una situazione in cui versate con difficoltà senza usare il ‘ma’  o ‘però’ davanti a qualcuno… ogni volta che direte le parole proibite, questo qualcuno vi pizzicherà. A che serve?! Beh… a rendere i nostri discorsi più fluidi, meno confusionali e orientati in maniera costruttiva. La sera: altro round interculturale che ha visto protagoniste Malta, Bulgaria, Polonia, Belgio, Irlanda/Turchia e Spagna/Cina, dimostratasi particolarmente interessante per le provenienze incrociate di alcuni partecipanti, come la partecipante cinese che vive in Spagna e rappresenta la Polonia :-o.

La foto di apertura è la rappresentazione dell’esclusione sociale dei migranti, le seguenti ritraggono: il biglietto(ne) da visita di Eufemia, il relativo pitch, la spiegazione delle dinamiche di gruppo ( inclusi i nostri super-trainer) e un esercizio di memoria e comunicazione. Ah… e per chiudere in bellezza, sani sorrisi in posa e in spontaneità ;-p

 

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F4A Il diario di Elena – capitolo IIa

16/06 Aggiornamento fotografico di ieri ;-p

Le promesse si mantengono… ecco qualche foto in più di ieri: i nostri passaporti co.prodotti (che hanno fatto il loro lavoro di getting-to-know-each-other ma non ci hanno reso artisti) e la scenetta sull’e differenze tra educazione formale, non formale e informale. Mhh…. manca qualcosa?! In effetti avevo promesso foto di attività all’aria aperta… beh, diciamo che non ho ancora rintracciato il fotografo. Ma non guardiamo al passato, meglio saltare a pie’ pari al prossimo giorno.

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F4A Il diario di Elena – capitolo II

15/06 L’inizio (o il giorno delle api)

Sul programma ogni giorno è il giorno di un animale… oggi toccano le api, immagino che laboriosamente ci dedichiamo all’assestamento del nostro alveare. Risveglio iperilluminato (i lucernari non hanno tende) ma idilliaco nel sottotetto alla Heidi... Inizialmente avrei dovuto stare in un’altra camera, ma con un sorriso smagliante e un po’ di faccia tosta sono riuscita a cambiare posto: ottima scelta, perché le compagne di stanza sono eccellenti (simpatiche, di buona chiacchiera e silenziose negli spostamenti – e in più nessuna russa!) e dormire sotto il tetto è un mio sogno che si avvera. La mattina procede come un qualunque training che si rispetti: nomi, rottura del ghiaccio e teambuilding. Le dinamiche di gruppo sono già avviate e nascono le prime riflessioni sul work in progress, si evidenziano le preferenze e i diversi orientamenti personali e di lavoro. Mhhh… intendo che intuisco già con chi mi troverò bene o meno a lavorare. Le attività sono piacevoli e si distinguono per non essere banali. Gioiamo un po’ dell’aria aperta e del movimento del corpo, ma godiamo anche dell’estremamente versatile e peculiarissima training room. Il pomeriggio ci avvia verso i contenuti del corso (cosa faremo, cos’è l’educazione non formale, i principi di lavoro e l’agreement on rules – accesa discussione inclusa), ma si abbassa il livello energetico e anche lo stimolo delle attività proposte (forse un po’ superficiali)… ma solo per un po’, poiché in qualche ora si torna a pieno regime di experiential learning con la prima intercultural night ;-p. Così stasera hanno performato Lettonia, Romania, Slovacchia, Francia e Italia; come ho usato i miei 5 minuti a disposizione? ‘Volare’ in versione gipsy con lancio di palla e raccolta di curiosità sull’Italia raccontate dagli altri partecipanti e un bel ‘pizza massage’ che ha energizzato lo spirito di gruppo e aperto le danze all’imbanditissima tavolata delle delizie nazionali.

 

Nota positiva del giorno: lo staff è grandioso e cura quei piccoli dettagli che fanno la differenza + il gruppo di partecipanti pare essersi ben amalgamato; nota su cui interrogarsi: il gruppo non è un gruppo di trainer (il supposed ToT si mostra come un ‘normal’ T)… nevermind, c’è sempre da imparare!

 Le foto di oggi sono tutte della parte finale della giornata – cerco di non avere il cellulare come ombra durante i corsi… recupererò altre foto entro la fine della settimana per aggiungerle! Comunque… abbiamo un primo piano della mia proposta culinaria per l’intercultural night (farinata di ceci qui cucinata e industriale ‘dolse de le comari’ ), poi altri momenti della serata, e un po’ di tempo libero.

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F4A Il diario di Elena – capitolo I

Direi di partire dalla presentazione… Sono Elena, la partecipante italiana del TC – supposed ToT. Sono un’antropologa in convalescenza post-dottorato in cerca di esperienze di crescita personale e professionale. Sono salita a bordo di Eufemia e di questo corso all’interno di un ambizioso progetto: vedere se riesco a trasformare la mia esperienza come trainer in un lavoro vero – entro 1 anno. Prima fase: più formazione, crescita competenze e potenziamento del network… Pronti?! Oh no, non ancora! Qualcosa in più su di me: ho 31 anni, sono nata a Verona, ho vissuto a Trento, Lussemburgo, Londra e Tbilisi, ma ora mi sono stabilizzata a Perugia. Sono creativa, un po’ pazza, estroversa, disordinata, empatica e avventurosa; amo la natura e i gatti, l’educazione non formale e la trasformazione dei conflitti tramite lo sviluppo personale. Ora direi che siamo pronti per la mia storia di ‘Facilitation for all!’ Viaaaa…

14/06 L’arrivo

Arrivo in Austria, prima volta. Da Vienna mi dirigo verso Strenberg con alcuni compagni di viaggio, nonché partecipanti del TC (la superba organizzazione austriaca ci ha raggruppati per orario e luogo d’arrivo ;-p). Qualcuno è spaesato, qualcun’altro stressato, e… per fortuna, incontro presto un’altra antropologa 😀 che come me è stanca per il viaggio ma serena e sorridente. Nelle varie tappe, tra treni e automobili, il gruppo si allarga ed eccoci finalmente alla venue del progetto. Una meravigliosa casa di campagna tra l’hippy e il country-postindustrial dove uno staff sorridente ci accoglie. Noi partecipanti ci sistemiamo nelle camere e ceniamo – inaspettatamente – bene 🙂 familiarizzando e conoscendoci tra una chiacchiera e l’altra. Ci sono ottime premesse per un buon inizio di corso, tra cui alcune missioni segrete individuali… una delle mie?! ‘Andare a dire a Pawell che sembra una rockstar’ :-ù.

Le foto di oggi raccontano gli spazi che mi hanno accolto: la campagna, la mia camera e la veduta dalla sua finestra, infine, la training room (che vince il premio come più grande, inaspettata e creativa di quelle in cui sono mai stata).

 

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L’altra faccia della medaglia SVE

Ad aprile 2017 mi sono trasferita a Lubiana, Slovenia, per 10 mesi e mezzo di SVE. La città è meravigliosa, il paese pure. I primi giorni sono molto intensi, io e i miei colleghi e coinquilini iniziamo a conoscere Bob, il centro giovani che ci ospita, e iniziamo anche a conoscerci tra di noi.

È difficile inserirsi all’interno delle attività, ce ne sono parecchie e non sembra che le informazioni importanti arrivino a tutti. L’organizzazione all’interno del centro giovani è quella che è, ma in un modo o nell’altro ci arrangiamo. La nostra coordinatrice lancia un progetto, e ci tuffiamo tutti dentro: costruiamo una casa stregata. Dalla pianificazione all’organizzazione, dalla storia ai dettagli, dalla creazione all’implementazione, abbiamo fatto tutto. Personalmente mi sono occupata della creazione, organizzazione, dei costumi e ci ho pure recitato dentro. È stata una di quelle cose che non hanno nulla a che fare con il mio curriculum, ma sono decisamente divertenti. Come tutte le cose belle però, anche la casa stregata è giunta al suo termine. A partire da settembre siamo tornati ai ritmi normali di Bob. Tra la completa mancanza di organizzazione del centro giovani e alcune turbolenze personali, i mesi successivi non sono stati un periodo produttivo nei sensi dello SVE. Ho colto l’opportunità per girare la Slovenia, che è un gioiello a tutto tondo.  L’atmosfera lavorativa è venuta completamente a mancare, e la situazione a casa, con i miei colleghi volontari, è degenerata del tutto. Questo probabilmente perché ci trovavamo in momenti diversi della nostra vita e ci aspettavamo cose diversi dallo SVE. Per me, da un punto di vista personale, è stata una delusione non essere riuscita a imparare lo sloveno, che era uno dei motivi principali per i quali mi ero trasferita. Il centro giovani non è stato in grado di organizzare un corso di lingua, solo qualche ora qua e la, la maggior parte di queste a dicembre e gennaio, ovvero quando ormai stavamo per partire. Di sicuro ho imparato molte cose durante i miei mesi in Slovenia. Da una parte ho imparato a conoscere la cultura balcanica e il mix culturale che caratterizza la Slovenia, apprezzando infinitamente le mille sfaccettature e incongruenze che rappresenta. Dall’altra ho sofferto molto la mancanza di un minimo di igiene in appartamento, l’attitudine festaiola di alcuni dei miei coinquilini, che portavano sconosciuti e sostanze più o meno legali a casa, rendendomi la “fuga” quasi una necessità, come anche l’impossibilità di integrarmi davvero a causa della lingua. Sono abituata a vivere all’estero, nella mia vita ho vissuto in 6 Paesi diversi e la Slovenia è l’unico nel quale mi è successa una cosa del genere.

Adesso che di nuovo mi sono trasferita in un altro Paese e faccio quello per cui il mio percorso universitario mi ha preparata, vedo il mio periodo sloveno con un misto di nostalgia e sollievo. Nostalgia per le piccole cose che hanno reso l’esperienza una gioia e un continuo imparare, sollievo per la mia cucina pulita, senza resti di cibo, colonie di insetti e muffa ovunque.

Rom roma romae romans

Ci è voluto poco per entrare nel vivo dell’argomento del training. Eravamo assetati di sapere, di conoscere e di interpretare. Come primo approccio ai diritti umani abbiamo inscenato un fantastico festival del cinema dei diritti, divisi in gruppi, abbiamo scelto uno o più diritti umani e li abbiamo messi in scena senza poter parlare. Un cinema muto dei diritti che ha dato a tutti la possibilità di potersi esprimere e far conoscere. Abbiamo poi riflettuto su quali siano i nostri diritti fondamentali disegnando un bell’albero le cui radici stavano a significare le condizioni necessarie per far si che questi si realizzino.

Ma abbiamo capito che la conquista di questi diritti è una conseguenza della privazione degli stessi a causa di guerre, stermini e genocidi. Ci siamo ricordati dell’importanza di non dimenticare, abbiamo commemorato il genocidio dei Rom durante la seconda guerra mondiale, che è stato riconosciuto dalla Germania solo nel 2015. Abbiamo visitato un centro che si occupa di mantenere viva la memoria storica ed in particolare la storia delle persecuzioni del popolo Rom. Ci siamo resi conto di come la classificazione delle persone, la discriminazione e la disumanizzazione siano i passaggi attraverso i quali si giunge alla realizzazione di un genocidio e ci siamo spaventati a pensare di come facilmente potrebbe succedere nuovamente nel nostro presente omofobo.

Durante questa settimana abbiamo accantonato tutti i pregiudizi e ci siamo resi conto di come gli stereotipi siano così ridicoli ed infondati, specialmente quando si parla della cultura Rom che è ancora poco conosciuta in Europa. Proprio a partire dalla conoscenza e dall’ascolto dei bisogni e degli interessi, abbiamo scoperto delle tappe per poter lavorare con dei giovani Rom e poter creare dei progetti con loro fino al raggiungimento dell’autonomia di gestione.

Infine ci siamo impegnati a portare avanti e mettere in pratica questi insegnamenti, ci siamo impegnati a continuare a diffondere la cultura della pace mettendo da parte ogni pregiudizio e lottando contro le discriminazioni. Questo è il bene che fa viaggiare.

Agnese U.

From Turkey, with love

From Turkey, with love

Ankara – Konya

Turchia. Ritorno dopo qualche anno di assenza e sono curioso di vedere le novità oltre la cortina dei media europei.

Al controllo passaporti capisco subito che un fondo di verità ci deve essere: un grande cartello stampato a lettere cubitali annuncia che la precedenza è data agli invalidi e ai veterani. Sarò viziato da pregiudizi, ma preferisco i parcheggi rosa.

Erdogan è dovunque, dai cartelloni pubblicitari ai Toki Palace, una sorta di case popolari per tamarri (20 piani di cemento illuminati dalla cima con neon disco anni 90). La campagna elettorale per le presidenziali del 2019 è abbondantemente in corso e non pare ci siano grandi speranze per gli avversari del Sultano.

L’ospitalità turca non è cambiata. A tratti potreste trovarla stringente, ma non certo alle 23:35 quando, appena arrivati in aeroporto, una famiglia di cui conoscete di sfuggita un solo membro, viene a prendervi al completo per accompagnarvi alla stazione degli autobus per il prossimo transfer.

Partenza a razzo, un paio di contromano ed inversione ad U sulla tangenziale. Tutto molto scontato. Il parcheggio sul tetto di una casa, invece no. C’è sempre da imparare.
Nota a margine: non ne sono sicuro, ma indossare la cintura di sicurezza potrebbe essere scambiato per poca fiducia, quindi come offesa personale. A voi la scelta se incorrere in questo sgarbo o stringere forte i vostri amuleti preferiti.

Sosta obbligatoria a mangiare qualcosa di veloce, che si traduce in una cena al ristorante con 3 tipi di corba (zuppa – da provare quella con le interiora di mucca, specialità locale), un paio di pide (la pizza turca) e per fortuna siamo in ritardo altrimenti ci va un attimo a mettere su il kebab.

Questa del kebab è una diatriba lunga secoli e non è il caso di buttarla in politica giusto adesso, visti gli attori in campo. Sappiate solo che la città di Aleppo (Siria, vi dice qualcosa?) vanta l’invenzione dello speciale piatto -nulla a che vedere con il kebabbaro sotto casa, cui pure molti di noi devono preghiere di ringraziamento e notti risollevate quando tutto sembrava perduto-, mentre Adana (Turchia) ha ottenuto una patente DOC in seguito a controversie legali.

Ripartiamo in direzione Otogar (stazione degli autobus), dove ci hanno prenotato un biglietto per le 2 del mattino. I controlli sono di rito, ma obbligatori: un metal detector e uno scanner verificano tutti i passeggeri e i loro bagagli che entrano negli edifici pubblici, dalla stazione al centro giovani, dai supermercati all’università. Un modo come un altro per aumentare i posti di lavoro e mantenere un discreto controllo sulla popolazione (leggi: ansia). Casualmente il nostro capo-famiglia è un poliziotto ed è sufficiente il suo distintivo a vanificare l’apparato di cui sopra.

Ankara ha giusto 5 milioni di abitanti, quindi il traffico (e i traffici) nei luoghi pubblici è perenne. Dal nostro arrivo conto 14 autobus stracolmi di gente, solo quello per Konya si fa attendere oltre misura. I nostri ospiti si prodigano in tutti i modi: vanno e vengono dal punto informativo, chiamano l’azienda dei trasporti, fumano 30 sigarette per il nervoso, ad un certo punto siamo in contatto diretto con l’autista, che è a 5’ da lì e ci rassicura. 35’ dopo abbiamo due posti in prima fila e viaggiamo gratis. In aggiunta abbiamo vinto due Occhi di Allah, il famoso portafortuna blu che tiene lontano il malocchio (a proposito, pare che questa sciagura sia attratta dai troppi complimenti su specifiche parti del corpo, quindi statevi accorti e non vantatevi troppo).
Il momento dei saluti è da grandi abbracci e pacche sulle spalle: abbiamo guadagnato una nuova famiglia in poche ore. O quasi. Rimangono ancora molto netti i limiti del contatto fisico tra uomo e donna, specialmente tra adulti, mentre questo vale meno per le nuove generazioni. Saluto quindi la mia madre adottiva con grandi sorrisi e “
Teşekkür ederim“.

Andati. Il Guido si prende un caffè (che ovviamente ci offre!), si fuma un paio di sigarette e continua sereno a viaggiare a 50 km/h…in autostrada! Pare che Erdogan sia in città e questo abbia scombussolato le arterie della capitale. Io rimango convinto che volesse accoglierci di persona e sono in attesa di una lettera di scuse e di un invito a pranzo.

I cammelli turchi si distinguono per la loro classe: Bus Kamilkoc e Turkish Airlines hanno sedili super-imbottiti e comodissimi, televisore e cuffie per ogni passeggero, the, caffè, succhi e acqua gentilmente offerti. In un attimo (ovviamente siamo svenuti 32 secondi dopo la partenza) siamo a Konya.
Sono le 5:20 del mattino e il nostro appuntamento è in un’altra enorme e anonima stazione degli autobus. Non abbiamo internet e gli amici di #vodafone ci ricordano che chiamare costa 2,30€/min. Fiduciosi, approcciamo una coppia di ragazzi (speriamo parlino inglese, speriamo parlino inglese, speriamo parlino inglese) che molto gentilmente si offre di chiamare il contatto locale. Bingo!

Casa è a soli 20’ di macchina e il divano ha un aspetto così comodo dopo queste 26 ore di viaggio…ronf!

Konya – Nevşehir

Ci svegliamo dopo il sonno dei giusti e la colazione è all’altezza dell’impresa: pane tostato, olive, salame, un paio di olive, uova strapazzate, dueddue olive, pizza, formaggi, the, the e ancora the e per finire, un assaggio di olive. 45’ di bagordi ci rimettono in pace col mondo e siamo pronti ad affrontare la giornata. Ah, gli assaggi di olive sono gratuiti e pressoché illimitati in molti supermercati, caso mai dopo colazione ve ne fosse rimasta voglia.

Il programma recita: partita di calcio (Konyaspor compete nella massima serie e il nostro ospite è un esperto del settore -la sua tesi di laurea in marketing sportivo l’ha fatta al Manchester, tanto per dire-), centro giovani e un viaggio breve breve fino in Cappadocia. In Turchia al di sotto delle 3 ore sono tutti piccoli spostamenti quotidiani.

Stadio – ovvero, come mantenere la fedeltà di un popolo.
Premetto che in Italia la mia ultima partita fu un Toro-Napoli del 1994. Perdemmo 1-0 e ricordo che uscii dal Delle Alpi, adesso Juventus stadium, invocando Maradona e San Gennaro, in questo stretto ordine. Sembra che oggi, 24 anni dopo, San Gennaro abbia finalmente deciso di saldare i conti, Koulibali è il suo profeta!
Qui gli eventi sono organizzati principalmente per uomini e ragazzi, rigorosamente maschi. Qua e là spunta una coda di cavallo, una fidanzata in visita o una figlia troppo piccola per essere lasciata da sola a casa. L’arena è tappezzata di bandiere rosse con falce di luna e stella a cinque punte, dovunque ci sono simboli dello Stato, rappresentazioni ed immagini del Leader. Prima del match tutti i presenti si alzano in piedi ed onorano l’inno nazionale. Un lieve senso di oppressione mi assale, ma passa presto al fischio d’inizio.

Konyaspor, dopo aver disputato la UEFA league l’anno passato, a causa di una gestione poco accorta, non se la passa troppo bene ed è relegata nei bassifondi della classifica. La dirigenza prova il tutto per tutto e oggi è l’esordio del neo-acquisto Samuel Eto’o, il grande campione, oggi 37enne, ex di Barcellona, Real Madrid, Inter, Milan e Chelsea, che ha deciso di concludere la sua carriera nei campionati turchi.
L’avversario non è di quelli morbidi: il Sivasspor, quinto in classifica, si sta giocando l’accesso alle coppe europee. Il Re Leone sfodera però una prestazione d’altri tempi e sigla una doppietta, che fissa il risultato finale di 5-0 per i padroni di casa. Il pubblico è in visibilio e il mio preferito è il commentatore che a momenti si fa venire un infarto al terzo goal. Come aizza lui le folle, signori miei…
“Samueeeeeeeeeeeeel………….Eto’oooooooooooooooooo!!!”
“Eto’oooooooooooooo………….Samueeeeeeeeeeeeeeeeeel!!!”

Nota numero 1: tutti i team professionistici sono di proprietà dello stato, che li gestisce tramite le organizzazioni locali. Praticamente è come se la Juventus fosse data in mano al Consiglio comunale di Torino e ai comitati di quartiere. Dal punto di vista commerciale e aziendalistico questo non favorisce evidentemente una gestione pro, d’altro canto il ritorno, anche economico, è reinvestito direttamente nella società e questo permette a tantissimi giovani di praticare sport e di diversificare i valori al centro del business: meno soldi, più comunità.

Nota numero 2: “Niente TV e niente birra rendono Homer pazzo furioso”. Forse. Ma niente birra e niente polizia rendono le uscite domenicali un piacevole passatempo, privo di rischi e con musiche tradizionali nelle pause. Si beve the, ovviamente, che può essere ordinato alla caffetteria dello stadio.

Pieni di entusiasmo ed energie positive, facciamo tappa ad uno dei cinque centri giovani di Konya. Qui invece la mia esperienza è più recente e diversificata e vi assicuro che la Turchia ha tante, ma tante cose da insegnarci sull’argomento.
Un edificio di tre piani con cinema, sala giochi, biblioteca, meeting rooms, studi artistici, sale musica, bar, teatro… Aperto (e frequentato!) la domenica pomeriggio, 7/24 se consideriamo le aule studio, attrezzato e completamente gratuito (si pagano solo le consumazioni al bar, ma comunque a prezzi calmierati). Assistiamo ad un laboratorio di marbling con professori universitari che stanno supportando i ragazzi nel loro percorso di acquisizione di nuove competenze e quasi piango (è sempre domenica pomeriggio, siamo sempre sulla Terra?).

Con la morte nel cuore abbandoniamo questo paese dei balocchi per youth worker e ci dirigiamo verso la Cappadocia.
Tanti sono i controlli negli edifici, quanto pochi quelli sulle strade. Tra i vari stratagemmi adottati, il mio preferito è il cartonato della macchina della polizia: sul bordo della strada si piazza di profilo il disegno di un’auto di pattuglia con un lampeggiante vero sul tettuccio; da lontano non si capisce la differenza, così l’autista rallenta a prescindere. Semplicemente geniale!

La stagione della cicoria è cominciata → decine di famiglie in gita sui bordi dell’autostrada a raccogliere erbette. Peccato non aver avuto modo di farne scorta, pare che la frittata sia buonissima.

Arriviamo a Nevşehir e ci installiamo in un appartamento di 4 stanze, 2 bagni, 1 cucina e 165€/mese di affitto. Il cambio è favorevole (per noi): le lire turche stanno 5 a 1€ e il potere d’acquisto rispecchia abbastanza la proporzione. Non vedo l’ora che sia domani per fare colazione!

Cappadocia

O meglio, Kapadokya, come dicono qui, la “terra dei meravigliosi cavalli”. Di questi ultimi non ne sono rimasti tantissimi, ma le meraviglie non riuscirete a contarle sulle dita. A meno che i vostri antenati non siano polipi, in questo caso avete delle chances.

I panorami sono mozza-fiato, soprattutto se il vostro tour in mongolfiera è in un giorno ventoso: come stare sulle montagne russe ma senza cinture di sicurezza. In realtà il pallone aerostatico si alza solo in giornate perfettamente limpide, al mattino prestissimo, per godere dell’alba sui canyon di roccia colorata. E ci mancherebbe altro, con quello che pagate di biglietto (100€ a persona, comodamente sborsabili in valuta straniera).
Per una volta non posso imputare alla mia atavica avarizia il fatto di non esserci andato. Anche volendo provarci, il buon Eolo ci ha mandato quel tanto di correnti da impedirci di prendere il volo per più mattine di seguito (grazie fratello, ti devo un centone).

In ordine di apparizione: case scavate nel tufo risalenti a 4000 anni fa, chilometri di percorsi sotterranei per sfuggire agli invasori, tartarughe come neanche nelle fogne di New York, ettari di vigneti rasoterra, le Tre Rocce. La leggenda narra che una principessa si innamorò perdutamente di un pastore. Ovviamente impossibilitati a sposarsi, optarono per la classica fuitina. Il padre di lei, da buon sultano, prima volle sapere il nome di lui: appurato che non era Aladino, non la prese troppo bene e mandò i soldati ad ucciderli. 9 mesi dopo, che giocare a nascondino in Anatolia non è mica tanto facile, i due, nel frattempo diventati tre, vedendosi braccati, si rivolsero all’Onnipotente chiedendo di salvarli. Lui, con gran senso dell’umorismo, li trasformò in rocce. Manco troppo vicine, per dire.

E poi minareti. Moschee e minareti, minareti e moschee! A perdita d’occhio. In Cappadocia non è possibile fare una foto al paesaggio senza includere uno di questi pinnacoli caratteristici dell’Islam. Se siete particolarmente fortunati, in un unico scatto potreste raccoglierne anche una decina.
Le moschee sono certamente tra i miei luoghi preferiti della Turchia. Innanzi tutto, non ci sono controlli all’ingresso. Incredibile come la fobia della sicurezza non abbia neanche lontanamente intaccato la fede, o il fatalismo, nei luoghi sacri. D’altra parte il momento in cui un mussulmano si sente più vicino a Dio è quando, nell’atto del pregare, si inginocchia e si lascia in balia del nemico, affidando completamente la sua vita ad Allah.
Non ho mai visto una moschea vuota: grande o piccola che sia, in centro o in periferia, se è aperta, c’è qualcuno…che prega? Sì, anche. Ma le moschee sono luoghi d’incontro tanto quanto di preghiera. Aperte e accoglienti, nel senso pieno del termine, ospitano nella stessa misura le genuflessioni e i gruppi di studio. Tantissimi ci passano per un momento di relax e magari si addormentano sugli enormi tappeti colorati. Chi va con i figli li lascia beatamente scorrazzare in giro, certo che nessuno si lamenterà del chiasso. C’è chi si fa i selfie e, giuro, ho visto un signore ottantenne fare una videochiamata per mostrare ai nipoti un pezzo del suo pellegrinaggio. Cercate acqua potabile? Nei pressi delle moschee c’è sempre almeno un rubinetto per le abluzioni, ma più spesso un bagno enorme che ricorda un hammam. Gratis, a dispetto di tutti gli altri bagni pubblici dove pagherete almeno 1 lira.
E poi sono belle. C’è chi dice asettiche. Sarà che in me si nasconde un ossessivo-compulsivo maniaco della pulizia, ma l’ordine mi dà una sensazione di calma interiore. Come guardare la meccanica di tiro di Thompson, potrei starci imbambolato per ore. Mi perdo ad osservare i motivi geometrici che regnano sovrani (niente rappresentazioni di Allah né del Profeta, sono vietate), il lucore dei candelabri, il bianco immacolato delle pareti.
In generale le case possono cadere a pezzi, le strade essere piene di sacchetti di plastica, ma le moschee mirano alla perfezione.

Nota di colore 1: sentir cantare un muezzin è qualcosa che dovrebbe essere concesso a tutti nella vita.

Nota di colore 2: l’imam, al termine dei suoi studi, deve superare un esame di lettura, scrittura…e canto! Sai mai che il muezzin cada malato 🙂

Nota di colore 3: mi hanno regalato il mio primo Corano. In spagnolo, ma ho apprezzato ugualmente. E ricordatevi di portarlo all’altezza del cuore!

Scavando più a fondo, è proprio il caso di dirlo, troviamo anche la Cappadocia del business. Potrebbe essere rinominata “terra delle innumerevoli cave”. Cominciarono i venti, centinaia di migliaia di anni fa, producendo le forme caratteristiche che sono oggi assurte ad opere d’arte. Proseguirono gli Atti, gli Accadi, gli Assuri e gli Ittiti, trovando nella fragile roccia riparo sicuro e buon materiale da costruzione. Continuano i turchi, oggi, divellendo tonnellate di pietre, ghiaie e pietrisco per farne cemento e mattoni da esportare in tutto il Paese. Più che una nazione under attack, la Turchia di oggi è under construction. I siti in costruzione sono innumerevoli: dai palazzi (i Toki di cui ho già scritto, fanno parte di un piano del governo per accomodare oltre 170 mila famiglie) alle strade, le moschee ovviamente, che sorgono prima di ogni altro fabbricato nei quartieri in espansione e gli edifici pubblici, tra cui le università. La nota positiva è che ci sono anche progetti di riforestazione e di verde pubblico, lasciati al buon caso o no, questo è difficile dirlo, come è difficile capire se esista e quale logica segua un piano regolatore.

Ci allontaniamo in direzione Ankara, città che tutti sconsigliano vivamente. Sullo sfondo i mille volti della Cappadocia ed una mongolfiera colorata che per un pelo non si buca sulla punta di un minareto.

Ps. La cosa peggiore sono i piccioni. Hanno una valle dedicata ai piccioni. In foto il mio disappunto piccionesco.

Refugees Reflections, l’opportunità delle diversità.

Madrid, 12-18 marzo 2018.

Dublin Regulation, Eurodac, displacement, questi sono sicuramente stati temi caldi su cui riflettere per analizzare possibili strade da percorrere “insieme”. Durante questo training course, tenutosi grazie a Asociación Dianova España, si è dibattuto su quella che dovrebbe essere la prerogativa comunitaria, andando oltre gli stereotipi e le congetture, lasciando spazio al nuovo corso della freschezza multiculturale. I destinatari e allo stesso tempo i mittenti di un nuovo messaggio di speranza e integrazione europea sono stati 20 ragazzi da tutta Europa tra: Svezia, Belgio, Germania, Turchia, Grecia, Italia, Spagna, Ungheria, Bulgaria. Tutti i partecipanti a questo progetto hanno raccontato storie nuove, alcune di loro parlavano di immigrazione come riscatto e risveglio della cultura europea per troppo tempo assopita dal torpore dell’esclusività. La parte migliore probabilmente è stata quella del riscoprirsi più che una famiglia già dopo nemmeno poche ore dall’inizio del progetto. L’amicizia e la stima reciproca sono certamente stati e saranno l’humus ideale su cui deve necessariamente crescere il sentimento comune europeo per questa e altre generazioni future. – Massimiliano

Queste riflessioni sono state possibili grazie al reciproco desiderio di scoprire l’Altro, dalla lingua, alla cultura, alla politica, e dal volere capire come le varie nazioni europee stiano affrontando oggigiorno la tematica dell’alterità, che fortunatamente bussa e apre sempre più la nostra porta di casa. Confrontare le politiche migratorie delle singole nazioni ci ha permesso di comprendere come l’Europa stessa si sta muovendo in questo contesto storico, dove sembra non ci sia più alcuna stabilità politica e sociale. Abbiamo creato nuove amicizie e stretto legami speciali, che speriamo di riuscire a consolidare nel tempo nonostante la distanza. Il divertimento e lo svago non sono affatto mancati ed è stata sicuramente un’esperienza da ripetere. – Sara